Quando perdere è un danno, ma vincere rischia di esserlo di più.

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A volte le azioni salvifiche fanno più danni delle eventuali cadute. Almeno queste ultime hanno la forza di essere chiare: attestano una situazione fallimentare, tutti ne sono costretti a prendere atto e a fare lo sforzo per cambiare. Invece il contrario, un evento che improvvisamente modifica il senso di una partita, perfino di una stagione intera, può arrecare il danno di pensare che tutto sommato la strada imboccata non sia proprio del tutto sbagliata. Alla Juve avrebbe fatto meglio, almeno credo, perdere a Udine, probabilmente abbandonare dopo tanti la Champions (con tutte le problematiche economiche annesse), uscendo però da quel limbo dove colpevolmente si è accasata dal giorno in cui è prevalsa la tentazione di affidare (per mille motivi, che qui non ripeterò) a Pirlo, senza alcuna esperienza, la panchina.

In realtà tutto era cominciato anche prima, se non altro fuori dal campo, a livello di società, dal giorno della separazione con Ossimoro, senza avere in mano alternative adeguate, lanciandosi in scelte non sempre condivise con le proprie esigenze e aspettative. Il fallimento della Juve non è lo scudetto perso (questo era perfino ovvio ormai  potesse accadere e quello dell’Inter è ampiamente meritato), ma quello di aver intrapreso rovinosamente e senza risultato alcuno un’avventura alla ricerca di un gioco (oltre che di risultati) appagante (quello di Ossimoro non lo è mai stato), smontando di fatto anche quell’identità che comunque con Ossimoro la squadra si era costruita (certo spesso inguardabile, ma sicuramente redditizia).

È emersa in questo periodo tutta l’insipienza di una società, a cominciare dal presidente, via via coinvolto in azioni spregiudicate e al limite della derisione (caso Suarez, Superlega), per finire a dirigenti che, non solo accecati dalle plusvalenze e dai parametri zero, si sono dimostrati del tutto maldestri nel “costruire” la nuova squadra, pensando che un solo giocatore, certo forte ma anche sul viale del tramonto, certo adeguato al tiro in porta ma anche alla distruzione dei bilanci, potesse portare al bel gioco e ancora di più a realizzare quell’incubo che si chiama Champions. Ora di fronte al totale fallimento di tutto questo e all’ipotesi, non remota, di dover ridimensionare organico, obiettivi e speranze, se salterà la qualificazione alla prossima Champions, la sconfitta di ieri al termine di una delle più avvilenti prestazioni di quest’anno (e sono tante) avrebbe se non altro sanzionato, forse in modo definitivo, tale tracollo. Invece le sciocchezze di De Paul e Scuffet, più che le ennesime invenzioni di Ronaldo (che nella circostanza non sono semplici da capire), lasciano intatte le speranze di qualificazione alla Champions e purtroppo (è un timore) l’idea che il progetto non sia così del tutto sbagliato. Lo stesso allenatore, in un momento di incomprensibile euforia, così lontana dalla sua immagine catatonica, ha parlato ancora di apertura di nuovo ciclo. Perdere insomma sarebbe stato un dramma, consumato in fretta e forse sì capace di dare vita a nuove strade, societarie e agonistiche; ma vincere può essere perfino peggio: è continuare a ballare sul Titanic, non capendo nemmeno che è già affondato.

Servizio fotografico a cura di Giacomo Cosua

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Nato nel 1955, veneziano, critico cinematografico per il Gazzettino e riviste specializzate, è stato anche giornalista sportivo per oltre 20 anni, seguendo i principali festival e le più importanti manifestazione sportive, con voglie cantautorali (ha inciso l'album "Anche i pesci parlano d'amore"), passione gastronomica e viaggiatore curioso del mondo.