Pirlo

Bisognerà stabilire, prima o poi, il grado di accettabilità di una squadra che vince scudetti da un numero spropositato di anni (ma difficilmente capiterà anche quest’anno), senza mai destare ammirazione e piacere agli occhi e al cuore nel raggiungere tali obiettivi. O almeno questo capita dal secondo anno con Ossimoro in panchina, perché il primo visse comunque sugli allori di una squadra, che Conte aveva portato subito dai settimi posti delle stagioni precedenti a un imprevedibile scudetto, modellando spesso formazioni mediocri in un gioco dinamico, aggressivo, soprattutto divertente. Non è nostalgia di Conte, ma bisogna ricordarlo. Da allora la Juventus ha sempre vinto, a parte rarissime e sporadiche sontuose partite, giocando spesso male, se non malissimo. Si direbbe che il credo “allegriano” l’abbia di fatto, pur nella non disprezzabile capacità di vincere, svuotata di ogni interesse “estetico”, portandola in una dimensione catatonica nella quale, pur cambiando gli allenatori in cerca di restituire anche una piacevolezza ludica, si dimostra impossibilitata a uscirne. Lo spettacolo è spesso deprimente.

La vittoria nel derby di ieri è quasi una sciagura, nel senso che al termine di una delle prestazioni più inani di sempre la Juve ha comunque vinto, rimanendo aggrappata alle zone alte della classifica, mantenendo l’idea probabilmente che le cose in qualche modo si aggiustino sempre. D’altronde non è da ieri, ma più o meno da quando Marotta ha lasciato la società, che il trio Agnelli-Paratici-Nedved non smette di dimostrarsi inadeguato, con scelte “filosofiche” (l’arrivo di Ronaldo) e tecniche (mercati approssimativi, quando non del tutto sbagliati – l’elenco sarebbe lunghissimo): in realtà nel tentativo di creare squadre brillanti, affidandole ad allenatori ritenuti altrettanto vivaci (vabbè, pensare a Pirlo come “vivace” è più ossimoro di Ossimoro), il risultato è sempre stato peggiorativo: da Pirlo siamo scesi a Pjanic e ora ad Arthur, che sembra solo un Tacchinardi più dinamico, per restare al ruolo “creativo” del gioco, per non parlare del dopo Pogba, tanto che la zona nevralgica di centrocampo è stata depauperata di forza, personalità, tecnica. E da Ossimoro, che mi duole dirlo ma almeno una sua “logica” di gioco l’aveva, siamo passati a Sarri e ora a Pirlo, che dall’asilo è finito dritto all’Università, un azzardo che sembra mal pensato di partita in partita.

Ma la cosa più sorprendente di questa squadra è che cambiando giocatori ed allenatori, il prodotto non è mai cambiato. Certo la scelta degli allenatori è sembrata una commedia farsesca, con Sarri arrivato dopo settimane di misteri e quiz e Pirlo sbucato all’improvviso, dirottato dall’Under 23, probabilmente perché di soldi non ce n’erano più abbastanza per invogliare allenatori più esperti e vincenti. Però sia con Sarri che Pirlo sta succedendo una cosa simile: un avvio titubante (si sa bisogna imparare il nuovo “credo”), segnali incoraggianti di gioco di squadra (la verticalizzazione con l’ex Napoli e Chelsea, la presenza numericamente più significativa nell’area avversaria con l’ex play), poi verso fine novembre (ci siamo) l’arresto di ogni miglioramento, lo sfaldamento del gioco e una personalità di squadra pressoché nulla. Che cosa c’è dietro tutto questo? La presenza dei “senatori” è in qualche modo responsabile? Ma se Sarri poteva essere intollerabile allo spogliatoio, Pirlo è considerato un fratello. Insomma, la storia sembra ripetersi, come il tormento di un giorno della marmotta applicato al calcio, dove Andrea Agnelli pare un altro Bill Murray. Solo che qui non viene da ridere.

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Nato nel 1955, veneziano, critico cinematografico per il Gazzettino e riviste specializzate, è stato anche giornalista sportivo per oltre 20 anni, seguendo i principali festival e le più importanti manifestazione sportive, con voglie cantautorali (ha inciso l'album "Anche i pesci parlano d'amore"), passione gastronomica e viaggiatore curioso del mondo.