Un Paese senza rigore si indigna per un arbitro e non per un ex ministro che citofona.

È bastato dare un primo rigore e poi un secondo a favore della Juventus, per giunta contro una sua storica, acerrima nemica come la Fiorentina, per distoglierci dalla grande preoccupazione del coronavirus: volete mettere la gravità della situazione? D’altronde viviamo pur sempre in un Paese dove è più insopportabile un rigore in più o in meno (specialmente alla Juve), che non un politico (ex ministro) che va a citofonare pubblicamente a presunti spacciatori, con tanto di platea mediatica al seguito; o che una prof parli di Liliana Segre ai suoi studenti come una che vuole farsi pubblicità, o ancora che scattino critiche ignobili sul fatto che a isolare questo maledetto virus siano state delle donne e per giunta meridionali. Tutto va bene, tranne in area di rigore: allora scatta l’indignazione.

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Puntualmente, com’era logico, il Var risolve molti problemi e toglie diverse ingiustizie, ma al tempo stesso ne alimenta e ne suppone altre: si voleva la moviola in campo?: ecco il suo limite. In realtà lo sguardo è sempre soggettivo e la percezione di un (mis)fatto al monitor è comunque diversa che sul campo; a volte aiuta, a volte complica le cose: e infatti in una simulazione Uefa, come spiegato dal suo presidente Aleksander Čeferin, nemmeno ai livelli arbitrali più alti si sono messi d’accordo sulla visione di alcuni falli di mani e su altre situazioni; il fallo di mano poi, dopo la scellerata decisione di abolirne la volontarietà, è diventato un casus belli continuo.

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Detto questo, e non senza una sua logica ovviamente, se c’è di mezzo la Juventus (ma solo nel caso in cui finisca per essere “favorita” dalle decisioni) l’eco si centuplica e succede spesso un finimondo di polemiche:  se dirigenti di ambo le parti utilizzassero il silenzio o toni più pacati sarebbe meglio per tutti. Ma il calcio, dai tifosi ai protagonisti più nobili, è per sua natura sguaiato. Detto anche questo resta il fatto che la Juventus di Sarri è ancora lontana dal divenire una realtà e che anche ieri ha mostrato le consuete dinamiche di gioco, tra giocatori appannati e lenti, a parte improvvisi lampi, quasi sempre del singolo. Del 433 o 4312 abbiamo già detto abbastanza, come della presenza controversa di Ronaldo, dell’assenza di Dybala, dell’esilità di Pjanic, del centrocampo non all’altezza, eccetera eccetera. Curioso semmai che la Juve si sia messa a correre di più e a essere più pericolosa quando il risultato è diventato sicuro, ma anche questa non è una novità. Tutto questo però almeno garantisce una lotta per lo scudetto ben più viva degli ultimi anni. E quindi assai polemiche in più.

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Per fortuna da domani c’è Sanremo: prepariamoci anche qui al dibattito più infuocato, già avviato brillantemente da tempo. Perché, nonostante siano canzonette, Sanremo è Sanremo, ma soprattutto l’Italia è l’Italia.

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Nato nel 1955, veneziano, critico cinematografico per il Gazzettino e riviste specializzate, è stato anche giornalista sportivo per oltre 20 anni, seguendo i principali festival e le più importanti manifestazione sportive, con voglie cantautorali (ha inciso l'album "Anche i pesci parlano d'amore"), passione gastronomica e viaggiatore curioso del mondo.

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