I dieci giorni che sconvolsero un Mondiale.

Paolo Rossi

Ci fu, in quell’estate del 1982, qualcosa di irripetibile, che forse in quel momento non capimmo sarebbe stato impossibile replicare, ma che quando accaduto (la finale a Usa ’94 e a maggior ragione il mondiale 2006, passando anche per la finale persa all’Europeo 2000) si è puntualmente verificato: niente è paragonabile a quei giorni. E certo se dell’Italia ha vinto la squadra (che già si era espressa a livelli alti, quattro anni prima in Argentina, specie in quell’1-0 assestato ai padroni di casa), la copertina era di quel giocatore gracilino, che uscito dall’involucro vicentino (e come non ricordarlo nel Lanerossi di Gibì e Farina?: quante partite al Menti per chi come me abitava vicino…), arrivò agli allori mondiali, esplodendo, al pari di tutta la squadra, in un pomeriggio, nel quale anziché trascinare per il campo il suo “cadaverino”, come scriveva il grande Brera alla vigilia di quella storica partita, pronosticando tra l’altro un 5-1 per i sudamericani, s’inventò tre gol, rovesciando il destino suo e di tutti gli azzurri.

Era un’Italia che usciva a fatica dagli anni ’70, martoriata dal terrorismo e desiderosa di grandi cambiamenti, politici e sociali (le leggi sul divorzio, sull’aborto), ma ancora incapace di esprimerli totalmente (e forse nemmeno oggi). Lo stesso Rossi vi arrivava, dopo l’euforia vicentina, con tutte le controversie dolorose possibili: infortuni seri, il no provocatorio alle buste di Farina per il suo passaggio alla Juve, lo scandalo della partita Avellino-Perugia (nel frattempo era finito a giocare in Umbria) e la sospensione. Bearzot lo portò ugualmente in Spagna, contro il parere universale di tutto il mondo calcistico italiano. E nemmeno quel mondiale era iniziato bene, né per Rossi, né per l’Italia: tre pareggi, le voci sulla combine nella partita decisiva con il Camerun, un silenzio stampa proclamato dalla squadra per protesta contro articoli, che si erano interessati più alle stanze d’albergo che al campo. In quel clima di rassegnazione e polemica, in quel clima conflittuale a un passo dalla rottura, arrivò prima una vittoria inaspettata contro l’Argentina di Maradona (e certo con la marcatura tutt’altro che soffice di Gentile), poi contro uno dei Brasile più forti di sempre, che certo perse anche per sua irresponsabilità tattica (errore spesso fatale, figlio della debordante supremazia tecnica), ma si inebetì di fronte a un incomprensibile “Davide” che si fiondò verso la porta avversaria, con astuzia, intelligenza e perfezione tecnica, mentre tutta l’Italia alla tv non credeva ai propri occhi, costringendo il Brasile a pagare una delle sue disfatte peggiori (all’epoca solo inferiore alla famosa sfida casalinga con l’Uruguay, nel ’50, ben prima di quell’1-7 patito dalla Germania).

L’Italia vinse il mundial spagnolo, battendo poi Polonia e Germania, dove Paolo Rossi (diventato nel frattempo Pablito per tutto il mondo, grazie alla penna di Giorgio Lago, giornalista di punta del Gazzettino, tanto da diventare in seguito anche direttore) segnò ancora 3 gol, due in semifinale, con la magnifica “religiosità” della seconda rete, quando s’inginocchiò davanti alla porta per colpire la palla, e quella che aprì la vittoria in finale contro i tedeschi. L’Italia si riversò per la prima volta in piazza, nessuna via restò muta al trionfo, con canti e bandiere ad ogni angolo possibile, come in un racconto di Garcia Marquez, liberata e euforica, per un successo che voleva andare al di là dei confini calcistici, un’aggregazione totale che non seppe più ripetersi nel tempo.

I dieci giorni che sconvolsero l’Italia: Paolo Rossi (eletto ovviamente miglior giocatore del torneo) e la nazionale azzurra vivono ancora in un ricordo incancellabile, grazie soprattutto a un giocatore, più schivo e riservato di quanto si creda, che ci ha lasciato, a pochi giorni dall’addio a Maradona, altrettanto improvvisamente, quasi con riservatezza. E che noi orgogliosamente vedremo correre all’infinito su è giù per il Sarrià di Barcellona, facendo impazzire i brasiliani, dentro un carnevale che non avrebbero mai creduto di conoscere.

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